Vorrei cercare di portare una testimonianza concreta nel panorama della polemica sui nuovi centri commerciali: un panorama veramente confuso, in cui l’unica certezza rimane l’aggressione della speculazione edilizia e della globalizzazione alla ricchezza, all’ambiente e all’identità di città medie-piccole come Genova.E’ riduttivo (se non offensivo) affrontare il problema come un dibattito sul progresso dell’efficienza del commercio, sulla contrapposizione tra piccoli negozi e centri commerciali; Giglio Bagnara ha 120 dipendenti, da decenni è un punto di riferimento nazionale nel settore della moda, aperto a tutte le concorrenze, e ha maturato un’opinione ben precisa, secondo gli ultimi dettami della dottrina urbanistica commerciale.Non ha senso affermare il favore o la contrarietà ai centri commerciali; deve solo preoccupare l’equilibrio (purtroppo mancante a Genova) tra aree commerciali e produttive; in breve, lo sviluppo della superficie commerciale di una città deve seguire lo sviluppo del prodotto lordo e quindi della ricchezza della città stessa, altrimenti si genera un processo di grave depauperamento. Citiamo una ricerca commissionata da Odone – presidente della Camera di Commercio – che evidenzia come Genova, dal 1990 al 2000, abbia perso 70.000 abitanti e 2.300 negozi su 12.600, il tutto aggravato da un calo pro capite di certi consumi non alimentari.In sostanza, emerge una città che invecchia perde abitanti, qualità degli stessi e quindi consumi di qualità. E’ un concetto elementare ricordare che lo sviluppo del commercio al dettaglio non crea nuova occupazione ma sostituisce il preesistente; quindi, un’operazione come Fiumara, con i suoi nuovi 30.000 mq di area commerciale e 200 miliardi di lire di fatturato annuo presunto, comporta:
la secca contrazione o ulteriore chiusura di negozi preesistenti, per un importo pari a un fatturato annuo di 200 miliardi, senza generare benefici sui prezzi per la clientela.
La perdita –una tantum- del valore di avviamento dei negozi preesistenti, pari al 20% di tale fatturato di 200 miliardi (e quindi almeno 40 miliardi "regalati" alle catene nazionali).
La svalorizzazione del patrimonio immobiliare commerciale preesistente, che si deve convertire da uso negozio a uso magazzino, diminuendo il valore immobiliare del centro storico per una cifra non inferiore ai 30 miliardi.
Ma c’è
un problema ancora più grave: in questi centri globalizzati e artificiali
la maggior parte dei negozi appartiene a catene nazionali o internazionali;
che portano fuori Genova la quota di margine relativa ai costi direzionali,
finanziari, ammortamenti, utile; la somma di queste voci oscilla tra il 15%
e il 20% del fatturato, ossia per la sola Fiumara tra i 30 e i 40 miliardi annui;
è come dire che 500 dirigenti da 80 milioni all’anno da oggi lasciano
Genova, che per questo è destinata ad impoverirsi ancora.Di fronte a
questo scenario, mi stupisce leggere tante dichiarazioni così superficiali
su centri commerciali e in particolare su Fiumara, proprio nel 2002, un altro
anno simbolico che abbiamo dimenticato; il 150° anniversario di fondazione dell’Ansaldo,
orgoglio del Ponente e azienda record per tasso di industrializzazione a fine
’800, ora trasformata in Cineplex e centro commerciale, in spregio a tutte le
tradizioni ma evidentemente con l’avallo consapevole di molte componenti cittadine
e regionali.
Enrico Montolivo amministratore
delegato di Giglio Bagnara
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